25 novembre: Donne straniere, sempre più vulnerabili

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Sono iniziati in tutta Italia le iniziative per la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Una violenza che riguarda moltissime donne. Le donne immigrate, loro, doppiamente discriminate, sono sempre più esposte.

Il 25 novembre è la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne. In tutta l’Italia sono organizzati eventi e incontri per sensibilizzare l’opinione pubblica e prevenire i casi di violenza ai danni delle donne e dei figli. I fenomeni di violenza di genere e in ambito familiare in particolare, non accennano a diminuire, anzi, è  un fenomeno che si sviluppa spesso tra i muri delle casa, in ambienti chiusi e “protetti”.

I principali autori della violenza contro di loro sono il più spesso il marito o il partner. I tipi di violenza fisica possono andare dallo schiaffo ai pugni, ai rapporti sessuali forzati, molestie sessuali e stupri, ai calci ma anche a vere e proprie torture, o allo sfregio con coltello o con l’acido… fino all’omicidio puro e semplice con pestaggi, con accoltellamenti, strangolamenti e spari con armi da fuoco. Neppure una gravidanza ferma la violenza; anzi, nel 7,5% dei casi è proprio la gravidanza a scatenare l’ira dell’uomo. La violenza viene spesso accompagnata da vessazioni psicologiche e dallo stato di soggezione.

Questo nasce da un’idea ancora profondamente radicata nella società, quella del rapporto inteso come possesso. La donna viene percepita come una cosa (oggetto) che l’uomo possiede e se quella “cosa” inizia a dare fastidio, volendo essere autonoma, o allontanarsi, bisogna schiacciarla, eliminarla o calpestarla.

La violenza di genere tocca un numero impressionante di donne di tutte le estrazioni sociali e culturali. Il nostro sito, per le sue caratteristiche, ha deciso di soffermarsi sul caso particolare delle donne immigrate. Donne spesso doppiamente discriminate: perché donne e perché straniere.

Sono donne che arrivano dall’Europa dell’Est (Albania, Romania, Macedonia, Ucraina), donne dal Nord Africa (Marocco, Tunisia, Egitto), dall’Africa Sub Sahariana (Nigeria, Ghana, Senegal…) o dal Sud America (Perù, Ecuador…), dall’Asia (Cina, India, Pakistan. Bangladesh… ), possono essere rifugiate, donne arrivate in cerca di lavoro o per ricongiungersi con un marito o altro membro della famiglia.

Quelle che arrivano con le rote della migrazione irregolare incontrano già la violenza durante il loro lungo e faticoso viaggio: esposte a violenze sessuali, gravidanze indesiderate e al rischio di entrare forzatamente nei circuiti della prostituzione e del lavoro servile.

Ci sono le ragazze, spesso giovanissime, che possono subire violenza fisica e psicologica, perché arrivate attraverso i matrimoni forzati.

Ci sono donne e ragazze che sono impiegate più spesso nel settore dei cosiddetti lavori 3D: pericolosi, impegnativi e degradanti.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le persone che lavorano nel settore domestico svolgendo lavori di pulizia o di cura sono 67,1 milioni. Il 73% di questi sono donne o ragazze e una su sei è una migrante. Spesso, in questo campo, le donne straniere si trovano in condizioni disagiate e prive di diritti rispetto alle lavoratrici autoctone. Qualcuna di loro lavora in campagna, completamente isolata. Spesso prive di permesso di soggiorno o in stato di forte bisogno, sono ricattabili, vengono pagate poco, lavorano in condizioni degradanti e possono essere licenziate ad ogni momento. Di conseguenza, sono oppresse e discriminate e spesso subiscono in silenzio molestie e abusi di ogni tipo.

La condizione di donna straniera lontana dal suo ambiente familiare e poco informata sui funzionamenti della società di accoglienza, la rende ancora più fragile. Spesso le vengono strappati e nascosti i documenti come il permesso di soggiorno e il passaporto, dal marito, genitori o sfruttatori vari. L’intento è di impedire loro ogni via di fuga. Subiscono minacce di essere rimandate via, nel loro paese come donne svergognate e incapaci di rispettare il marito e la famiglia. La minaccia di separazione dai loro figli è anche una catena che tiene legate molte di queste donne.

Subiscono forme di svalutazione e sottomissione e i segni rimangono sul corpo e a livello psichico. Soffrono di  mancanza di concentrazione, perdita di memoria, autostima, solitudine. La violenza economica all’interno della coppia riguarda anche il 4,6% delle donne.

Solo una piccola percentuale di donne, riesce a denunciare le violenze subite. Hanno paura e sentono vergogna nei confronti della loro famiglia e della comunità. A volte non conoscono le leggi che difendono i loro diritti, non conoscono le strutture che possano aiutarle. Solo nei casi gravi, quando si recano al pronto soccorso in ospedale, dopo aver subito una grave violenza, prendono il coraggio di denunciare.

A mo’ di campione prendiamo la città di Asti, in Piemonte, una cittadina medio-piccola di meno di 80 mila abitanti: nel 2017, sono state esposte 50 denunce per maltrattamenti in famiglia; una cifra da non sottovalutare. Ma resta il fatto che tante di queste denunce vengono ritirate dopo due-tre settimane, spesso perché la famiglia allargata (genitori, suoceri) preme per non rompere la “coesione famigliare” e i mariti promettono che non ripeteranno più la violenza. Promesse purtroppo quasi mai mantenute.

Le donne straniere che subiscono le violenze sono donne silenziose, a volte invisibili. Resta a noi, come operatori sociali, il dovere di avvicinarle ai servizi, di offrirgli informazioni e strumenti giusti, per trovare il coraggio di rompere le manette della schiavitù e camminare libere. Tante l’hanno fatto.

Ma non bisogna dimenticare che la violenza si combatte anche dai banchi di scuola. Bisogna insegnare alle nuove generazioni che la società in cui viviamo è fatta di donne e di uomini liberi e con pari diritti.

Leggi qui dettagli che si svolge oggi ad Asti: http://www.mediatoreinterculturale.it/non-sei-solafermiamo-la-violenza-difenditi-difendimi/

 

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