Famiglie di migranti. Trasformazioni dei ruoli e mediazione culturale

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Recensione del libro “Famiglie di migranti. Trasformazioni dei ruoli e mediazione culturale” e intervista all’autrice Franca Balsamo

Il saggio mira ad analizzare alcuni aspetti cruciali riguardanti l’immigrazione nel nostro Paese, e lo fa da un punto di vista particolare: quello della famiglia. In completa dissonanza con le principali correnti di studio del periodo (il libro è stato pubblicato nel 2003), che indagavano il fenomeno da una prospettiva più individuale, Franca Balsamo ha intrapreso un percorso differente. Il punto di vista adottato, consente all’autrice di analizzare dinamiche e problematiche altrimenti invisibili, quali quelle delle trasformazioni di ruolo all’interno del nucleo familiare durante il percorso migratorio o quello dei conflitti identitari tra generazioni. Ad essere analizzata non è solo la famiglia nucleare coinvolta nel processo migratorio, ma viene sottolineata anche l’importanza della famiglia di tipo lignatico all’interno di questioni delicate come possono essere quelle della violenza domestica piuttosto che quelle legate alla sfera sessuale e riproduttiva della donna.

L’ultimo capitolo del saggio è dedicato alla mediazione culturale. Dopo un breve excursus sulla nascita e l’evolversi della mediazione culturale e un breve accenno sulla figura professionale del mediatore, la Balsamo si dedica all’analisi di questioni cruciali che riguardano la figura del mediatore e, in senso più generale, la mediazione culturale tutta. Oltre ad interrogarsi su quali siano i compiti da svolgere oggi, in un contesto migratorio completamente modificato, si dibatte circa grandi interrogativi etici che investono la figura del mediatore e che non vengono sufficientemente trattati durante la formazione professionale.
Riportiamo qui sotto l’intervista all’autrice.

“Perché ha scelto di analizzare il fenomeno migratorio dal punto di vista della famiglia?’”

“In realtà ci sono stati dei vincoli tecnici, come dire, nel senso che io mi sono occupata in passato sempre di studi di genere, di studi femminili o femministi anzi meglio dire, però nell’università non erano previsti studi di questo genere e quindi si era costretti a integrarli all’interno degli studi sulla famiglia. È dunque insegnando sociologia della famiglia che ho approfondito quella tematica e ho capito anche la rilevanza di questa prospettiva, che comunque è una prospettiva particolare, diversa. Occuparsi della famiglia, il vederne tutti gli aspetti, i vari punti di vista, vuol dire occuparsi di una struttura sociale di un certo tipo. Mentre in Italia c’è stata dal ’68 in poi una grande critica della famiglia, e del ruolo che aveva la famiglia, e quindi per la mia generazione si era prediletto invece avere un approccio all’interazione dei soggetti, una prospettiva individuale e se sociale non particolarmente legata alla famiglia, quando arriva la migrazione le prospettive cambiano tantissimo. É vero che sono state soprattutto le donne immigrate a portare di nuovo dentro alla prospettiva femminista il tema della famiglia. Perché per loro era cruciale”.

“Cruciale in che senso?”

“Era abbastanza interessante la loro prospettiva perché per alcune donne la famiglia era veramente rilevante. Mi ricordo ancora Lunanga Lukenge, una intellettuale africana, che per quanto fosse religiosa, cattolica (anche se influenzata dalla prospettiva africana), impostava tutta la sua identità sul fatto che prima di tutto c’è la famiglia. Perché diceva che è la famiglia che ti trasmette la religione in un modo o in un altro, prima di tutto è la famiglia”.

“Quali sono i lati negativi di questa prospettiva?”

“Parlare di famiglia come soggetto può nascondere le dinamiche anche di potere che la percorrono. La famiglia può diventare anche l’unità aggregativa che si tende a voler mantenere integra e così vengono mascherati i problemi della violenza familiare, dei conflitti familiari, così come succede per esempio in Palestina. Io mi sono occupata molto di violenza sulle donne in quest’area e lì è evidente non tanto la questione della famiglia, anche, ma al di sopra della famiglia c’è la questione dell’identità palestinese che deve essere mantenuta unita come soggetto forte nei confronti di un nemico esterno. Perciò parlare di conflitto all’interno della famiglia è impossibile. Ed è un po’ il limite che ritroviamo qui”.

“Quali sono le nuove sfide che la mediazione culturale deve affrontare oggi?”

“La tematica oggi è come cambia la mediazione culturale rispetto a una migrazione totalmente diversa da quella del passato, una migrazione nuova che non è più stanziale. Prendiamo appunto la situazione dei profughi che arrivano, stanno qua per un certo periodo (che tende ad essere più breve possibile), poi si muovono altrove. Quindi ci si dovrebbe interrogare sulla funzione della mediazione culturale in una situazione così diversa, che allo stesso tempo vuol dire anche identità di soggetti molto diverse. La questione della famiglia non è più in gioco nel senso che questa gente o arriva con la famiglia, ma succede raramente, oppure non ha in programma di creare una famiglia qua. Sono dei soggetti, questi, che per quanto siano visti come gli ultimi arrivati, che non hanno niente, che sono scampati al pericolo di morire nel mediterraneo ecc. però rappresentano, per questa ragione di non stanzialità, un po’ l’avanguardia della nuova identità globale, cioè di queste persone che non hanno più l’idea di una identità nazionale, che non pensano di fermarsi in una città e ricostituire per un breve o lungo periodo la propria vita lì ma hanno in mente di muoversi laddove c’è possibilità di lavoro, di sopravvivenza. E perciò cambia un po’ tutto il concetto di emigrazione e ci viene data una prospettiva anche di nuova identità dei soggetti che poi è quella che hanno i giovani italiani. Dopo la laurea si spostano dove c’è lavoro, parlano più lingue. É chiaramente la fine dei nazionalismi da tutti i punti di vista. Oggi il mezzo di comunicazione è internet che è per tutto il mondo, è globale. Con skype si può comunicare con tutto il mondo, con i parenti lontani. Quindi è proprio una rivoluzione globale dell’identità e del concetto di famiglia, avvenuta attraverso la migrazione”.

“Quale potrebbe essere un nuovo modello di famiglia?”

“Le famiglie transnazionali per esempio. Famiglie che hanno membri sparsi in giro per il mondo. Un caso paradigmatico è quello somalo. Una mia amica somala ha un figlio che studia in Inghilterra, ha una parte della famiglia in Canada e ora da un mese lei è in Somalia. E questo qui non è un caso…i somali sono un ottimo esempio di famiglie transnazionali che ormai si stanno affermando”.

“Come vede la situazione lavorativa dei mediatori culturali?”

“Il ruolo del mediatore culturale rimane importante, soprattutto per la comunità Rom o quella cinese. Per esempio l’ospedale S. Anna aveva investito molto sulla mediazione culturale. Ma recentemente ha licenziato la mediatrice culturale fissa e ora si lavoro solo a chiamata, anche per il taglio di risorse. Anche lì, il fatto di passare dall’avere una mediatrice culturale fissa a una a chiamata è rischioso. Cioè al S. Anna c’era un progetto molto forte perché c’erano delle ore dedicate al dialogo, era previsto un momento di riflessione e si discuteva di ciò che avveniva. Questo era possibile con la presenza della mediatrice culturale fissa. L’impegno della mediatrice culturale è un impegno importante, ma se diventa un lavoro a chiamata allora fai l’interprete e vai solo nel momento in cui c’è bisogno. Invece prima la mediatrice era sempre presente, poteva seguire il percorso della donna ogni giorno. Quello era mediazione culturale”.

Franca Balsamo.  Famiglie di migranti. Trasformazioni dei ruoli e mediazione culturale.
Ed.  Carocci.  190 pg.  16,30 €.  2003. Roma

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