Intervista a Alma Azoviç

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Riportiamo qui di seguito l’intervista a Alma Azovic, mediatrice rom di etnia montenegrina che lavora da molti anni per l’integrazione dei rom all’interno della società in provincia di Torino.

Come ha capito che la sua strada era quella della mediazione?
A dire il vero io ho cominciato ad affacciarmi al mondo della mediazione a sedici anni. Ho cominciato come attivista presso dei centri, delle associazioni che avevano bisogno di una mano e chiedevano aiuto ai giovani volontari. All’inizio non pensavo potesse diventare una professione, lo facevo come passatempo. Nel 1996 feci il primo corso di mediatori culturali (il corso era solo per i rom) di ore 200 presso un’associazione che lavorava con i rom di Torino.
Nel ’97 con la grande migrazione dei rom rumeni degli operatori dell’Ufficio Stranieri mi chiesero d‘aiutarli come interlocutore per i richiedenti d’asilo politico. Lì ho capito che la mediazione poteva essere la mia strada. Nel ’98 feci un corso regionale per i mediatori interculturali, in cui i partecipanti appartenevano a diversi gruppi etnici e che era di ottocento ore, e da lì ho continuato con la professione.

Qual è secondo lei il punto debole della mediazione?
Sicuramente il fatto che non ci sia un albo e che non venga riconosciuta come professione. È strano come tante aziende e associazioni abbiamo bisogno di mediatori che poi non riconoscono come tali. Questa confusione, questa poca conoscenza del ruolo del mediatore crea situazioni assurde. C’è chi ci scambia per interpreti, traduttori, psico-terapeuti, accompagnatori ecc; c’è chi si sente minacciato dalla nostra presenza. Ognuno invece ha il proprio lavoro e le proprie qualifiche e deve svolgere i compiti che gli competono. Purtroppo non è facile da far capire a chi non conosce a fondo il nostro lavoro. Anche perché, parlando proprio del caso dei mediatori rom, la confusione è tanta. Per diventare un mediatore interculturale bisogna come minimo avere in possesso un diploma di scuola superiore, si dovrebbe fare un corso di 600 o 800 ore e più, i tirocini formativi per il rilascio della qualifica professionale. Mentre per i Rom è differente; basta seguire solo un corso di trenta – cinquanta ore di alfabetizzazione presso delle associazioni che si occupano esclusivamente dei rom e al termine del corso rilasciano un attestato di frequenza, battezzandoli come mediatore culturali. È normale se poi tali mediatori “facilitatori” con una formazione così ridotta non riescono a svolgere bene il proprio lavoro. Alcune volte è successo addirittura che sono stati chiamati mediatori italiani. Come è possibile mediare tra due culture se si appartiene a una di esse e non si conosce affatto l’altra?

Quali sono i punti forti della professione?
La gratificazione sicuramente. Non mi riferisco alla gratificazione economica anzi quella è molto scarsa, ma alla gratificazione personale quella umana, quando ti rendi conto di essere stata veramente utile.

Qual è la situazione dei rom a Torino? Come la mediazione può intervenire?
La situazione dei rom è molto difficile non solo perché la gente ha molti pregiudizi, ma soprattutto perché ” le alte sfere” ostacolano l’integrazione dei rom nella società. È come se esistessero due mondi e diverse realtà, il mondo dei gagè , e quello dei rom (chiamato ghetto) intrappolato in strutture fatiscenti e circondate dall’esercito. La mediazione potrebbe fare tanto, anche se è difficile abbattere pregiudizi. La strada da intraprendere sicuramente è quella in cui si potrebbe provare ad indirizzare verso un percorso di integrazione. Ma purtroppo non dipende dalla volontà dei mediatori.

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