Immigrazione: i minori straneri… un po’ meno “invisibili”

Amnesty Italia, 2 luglio 2007
Per anni si è fatto finta che i minorenni che arrivavano sulle coste italiane non esistessero. Molti di loro finivano nei CPT insieme agli adulti, in condizioni disumane. Una campagna di Amnesty ci ha fatto fare qualche passo avanti.

 

“Invisibili: fino a poco tempo fa, erano proprio così i milioni di bambini che ogni anno arrivano sulle coste italiane. Oggi, invece, è possibile affermare che non lo sono più, grazie alla mobilitazione legata alla nostra campagna: una campagna per difendere i diritti umani di tutti quei minori che arrivano ogni anno in Italia via mare, indipendentemente dal fatto

che siano accompagnati o no”. Così Stefano Pratesi, vice presidente della sezione italiana di Amnesty International e docente di Legislazione europea e Immigr

azione presso la sezione di Ragusa della facoltà di Lingue e Letterature straniere, ha presentato venerdì scorso, nella conferenza “Minori, migranti e nuove schiavitù”, i risultati della campagna “Invisibili”, iniziata da Amnesty nel febbraio 2006.

“Oggi – ha aggiunto Pratesi – tracciamo un bilancio che sicuramente ci lascia abbastanza soddisfatti per il progressivo miglioramento di alcuni aspetti della detenzione dei migranti e dei richiedenti asilo. Ma ancora moltissimo lavoro deve essere fatto”.

Durante la conferenza, organizzata in collaborazione con l’Università di Catania e i Circuiti Culturali e tenuta venerdì scorso al Coro di notte dei Benedettini, sono stati ripercorsi gli obiettivi della campagna.

Amnesty chiede al governo italiano che i minori migranti e richiedenti asilo non vengano mai detenuti, salvo “in casi estremi e rispondenti al loro superiore interesse”; che la detenzione di migranti e richiedenti asilo, minori e adulti, “risponda agli standard dei diritti umani sulla legittimità e sulle condizioni della detenzione”; che “la dignità e i diritti umani dei minori vengano rispettati in tutte le fasi della migrazione, compresi l’arrivo e i trasferimenti”; che i centri di detenzione e i dati statistici “vengano resi accessibili al monitoraggio delle organizzazioni non governative indipendenti”; che venga adottata “una legislazione organica sull’asilo conforme agli standard internazionali sui diritti umani”.

“Abbiamo scelto di concentrarci sui diritti violati dei minori migranti perché li consideriamo vittime tre volte – ha spiegato Pratesi -: in primo luogo perché sono minori e in quanto tali soggetti deboli, in secondo luogo perché sono migranti e infine perché si trovano in uno stato contro legge di detenzione, cioè nei CPT con gli adulti, quando invece dovrebbero essere nelle case famiglia”.

Uno dei risultati ottenuti consiste nel fatto che il Ministero dell’Interno ha reso disponibili le statistiche sui minori che arrivano in Italia via mare: sono stati 1622 nel 2005, e 1335 nel 2006 (il 7% del totale dei migranti via mare). Inoltre, se prima il governo negava l’esistenza di minori all’interno dei CPT, adesso è stato elaborato un disegno di legge (Amato-Ferrero) che affronta il problema, e che dovrebbe presto passare alle Camere. Il disegno prevede tra l’altro che, in caso di incertezza sui dati anagrafici, si presuma la minore età. Ed era questa una delle richieste della campagna.

Inoltre, i centri di permanenza temporanea sono stati aperti anche alle associazioni e agli esponenti della società civile, compresi i giornalisti. In questo modo, non solo è stata constatata l’effettiva presenza di minori migranti all’interno dei CPT, ma i media hanno potuto informare l’opinione pubblica che non conosceva, o conosceva poco, questa realtà. Ne è nata un’attenzione molto maggiore al problema (solo per fare un esempio, sono state inviate più di 100 mila lettere al ministero degli interni). È anche per questo che oggi si può parlare di minori migranti, e non più solo di invisibili.

Alla conferenza, che è stata coordinata dal professor Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea presso la facoltà di Lingue e Letterature straniere di Catania, sono intervenuti anche i professori Francesca Longo e Salvatore Aleo, docenti rispettivamente di Politiche dell’Unione Europea e di Diritto penale presso la Facoltà di Scienze politiche di Catania.

“L’unione Europea – ha affermato la professoressa Longo – vuole farsi promotore dei Diritti dell’Uomo, ma in realtà non li garantisce. I suoi strumenti non hanno carattere giuridico, pertanto il tutto è delegato alle giurisdizioni dei singoli stati membri”. E ha aggiunto: “Il problema dei migranti è considerato solo in un’ottica di difesa del territorio, cioè come un problema di polizia. Credo che, invece, bisognerebbe abbandonare le politiche di controllo che mirano solo a bloccare i flussi migratori, in favore di un approccio globale che veda l’immigrazione come un fatto normale, legato alla dimensione socio-economica della domanda e dell’offerta”.

“Uno dei problemi più urgenti da affrontare dal punto di vista della giurisdizione è il fatto di affidarsi al principio di territorialità – ha affermato il professor Aleo -. Esso, infatti, si rivela una semplice fionda di fronte ai grandi problemi internazionali, che invece hanno bisogno di risoluzioni internazionali per essere combattuti”. Anche Aleo, d’accordo con la Longo, ha sottolineato che quello dell’immigrazione non può essere considerato come un semplice problema di polizia.

Per portare avanti la campagna, Amnesty non ha risparmiato le forze. Sono state vendute 2.500 copie del rapporto di ricerca; sono stati organizzati 500 eventi in 120 città italiane; 2500 sono stati gli attivisti mobilitati, 50.000 le firme raccolte; sei, infine, i testimonial della campagna (A67, Acustimantico, Claudio Baglioni, Andrea Camilleri, Fiorello, Ivano Fossati). Ma la campagna non è ancora conclusa: è essenziale che l’Italia adotti presto una linea coerente con gli standard internazionali sui diritti umani e una legislazione organica in materia di asilo, se si vuole costruire un sistema rispettoso dei diritti di tutti. Dunque, c’è ancora molto da fare.

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