Alle origini della mediazione interculturale in Italia: Intervista a Ainom Maricos:

Ainom Maricos è una delle persone più conosciute nell’ambito della mediazione e dei servizi per l’immigrazione a Milano, ma anche in tutta Italia. Di origine eritrea, vive in Italia da più di 40 anni. Arrivata ragazzina negli anni 70 ha studiato ed è diventata la prima assistente sociale di origine straniera a Milano. E sicuramente una delle primissime in tutta Italia.

Nel calderone dei diritti dei migranti ci è caduta da piccola. “Per forza di cose” -dice. Giovane, istruita, combattiva, presto molti migranti la individuano come “mediatrice di fatto” con la società di accoglienza e con le istituzioni, in anni in cui le parole accoglienza e mediazione non facevano parte del gergo amministrativo.

Nel 88′ insieme a un gruppo di altri migranti creano Kantara, la prima cooperativa sociale con un presidente di origine straniera. Era l’epoca prima della legge Martelli. E, secondo le leggi dell’epoca, uno straniero poteva lavorare solo come domestico.

“Abbiamo forzato le cose. Grazie anche al sostegno di istituzioni e sindacato.”-commenta Ainom – “E’ stato un primato, ci chiamavano da tutta Italia per condividere l’esperienza. Siamo stati i primi ad aprire un centro di accoglienza e a gestirlo. Bisogna dire che anche il governo della città dell’epoca ci ha aiutato molto e così da nulla siamo arrivati a gestire vari centri di accoglienza con capienza di centinaia di persone. Il primo presidente della cooperativa è stato Ahmed Al Djawhari, una persona straordinaria, cittadino marocchino. Io ero vice presidente. Poi la cooperativa ha cominciato a diversificare le sue attività, dalla mediazione alle pulizie industriali e civili, alla ristrutturazione e manutenzione edilizia, alla cura degli spazi verdi. Quindi era una cooperativa che già nel 1990, nei momenti di massimo sviluppo aveva 60 impiegati a tempo pieno. Arrivando a fatturare fino a un miliardo di lire dell’epoca.”

Ma Ainom è persona eclettica e molto attiva. Lavora come assistente sociale, co-gestisce la cooperativa Kantara e porta avanti una serie di attività sociali, culturali e politiche.

“La mia vita è stata spesa metà nell’attivismo dentro la mia comunità e metà con l’immigrazione:: per anni quadro dirigente del movimento di liberazione dell’Eritrea, rappresentante della rete delle associazioni di donne eritree in Italia; membro di varie consulte, consigliera comunale nel 1996 per 5 anni. E poi molti altri incarichi, attività esperimenti, sia livello locale che nazionale: Associazione Cittadini dal Mondo, Città Mondo – una rete che aggrega più di 100 associazioni a Milano- Prendiamo la parola, rete donne migranti e dirigente nella Lega delle Cooperative.

Con Ainom Maricos abbiamo parlato dell’immigrazione in Italia, dagli albori a oggi, della questione in particolare delle donne migranti e del ruolo cruciale della mediazione interculturale in questo campo.

L’intervista

MediatoreInterculturale.it: Cosa, secondo te, è cambiato nel rapporto tra immigrati, popolazione autoctona e istituzioni in tutti questi anni? E come?

Ainom Maricos: Io sono arrivata negli anni 70 a seguito dei genitori. In Italia, a quella epoca, rimanevano le persone che accettavano di fare lavori non qualificanti: braccianti, domestici… Mentre chi aveva altre possibilità usava l’Italia come luogo di passaggio per raggiungere altri paesi europei.

Quindi a quella epoca la popolazione immigrata era composta a maggioranza da donne (filippine, eritree…) che venivano per lavorare nelle case. Donne forti e pazienti. Condizioni indispensabili per reggere ritmi lavorativi quasi da schiavitù.

Io, giovanissima, e avendo imparato l’Italiano in poco tempo, mi ero messa a servizio delle donne del mio paese, scrivevo le loro lettere, le aiutavo per piccoli problemi burocratici. Ho scoperto un mondo di persone fragili. La fine del contratto per loro significava tornare a casa e non avere più mezzi di sostentamento. Questo le esponeva al ricatto dei datori di lavoro. I migranti erano in quegli anni una popolazione nascosta, che non aveva diritto a niente: né documenti, né casa, né servizi.

Nel 1990, la prima legge sull’immigrazione, detta legge Martelli, fu una grande liberazione. Ci furono gli spot in Tv, che dicevano: “Esci allo scoperto.” Chiunque poteva dimostrare di essere in Italia prima della promulgazione della legge, riceveva un permesso di soggiorno per motivo di ricerca lavoro.

A partire da quel momento, l’aumento della popolazione immigrata è diventato costante e sostanzioso. I media gridavano al lupo facendo vedere le poche centinaia che arrivavano dall’Africa via mare. Ma gli arrivi più importanti erano quelli via terra dall’Est-Europa e per via aerea dall’America Latina, dall’Asia e altri parti del mondo.

Gli aumenti di popolazione immigrata hanno portato a un cambio dei rapporti sociali e politici. Sono aumentate le tensioni sociali e sono aumentate le forme di rigetto. Questo perché, a monte, il fenomeno non è stato affrontato con tutti gli strumenti necessari.

Fino agli anni 90, l’immigrazione pagava un dazio pesante al fatto di essere invisibile. Le persone isolate, non avevano forza contrattuale, non avevano diritti perché formalmente inesistenti. Dal 90 a oggi, l’immigrazione è diventata persino troppo visibile, sur-mediatizzata. Oggi la politica non può far finta di non vedere ma non ha il coraggio di affrontare i problemi alla radice.

MediatoreInterculturale.it: Sul lato femminile, le donne immigrate, che problemi specifici vivono? E dall’altra parte che impatto ha sui loro diritti, il confronto con la società di arrivo?

Ainom Maricos: In Italia il dibattito sulla violenza nei confronti delle donne occupa uno spazio importante negli ultimi anni, un po’ perché con la crisi si nota un aumento della violenza, un po’ anche perché oggi se ne parla di più, le donne osano denunciare, non nascondono più sistematicamente, come prima. Si parla della violenza sulle donne, si dice che bisogna aumentare mezzi, strutture, servizi, meccanismi di protezione e sostegno… Ma poi finiti i discorsi, nei fatti, i mezzi diminuiscono invece di aumentare. Le donne che hanno bisogno di assistenza e accoglienza sono lasciate alla buona volontà delle realtà territoriali.

Ovviamente le donne migranti subiscono ancora più violenza e ricatti. In modo particolare le donne che arrivano con il ricongiungimento famigliare. Le pressioni sociali, economici, culturali sono enormi. Molte subiscono dinamiche famigliari che le costringono alla segregazione nelle case, ad esempio. Questo è un dato di fatto che non si può negare.

Se è assodato che la violenza non ha né cultura né classe sociale. Nelle popolazioni immigrate spesso ci sono circostanze aggravanti del fenomeno: le culture tradizionali, la condizione socio-economica, il basso livello culturale. Spesso c’è una volontà delle famiglie di riprodurre il modello culturale e sociale dei paesi d’origine, impedendo, con la forza, ai giovani, e alle ragazze in modo particolare, di vivere secondo le norme della società di accoglienza. Questo succede soprattutto in situazioni di famiglie migranti isolate, con una una vita sociale che si riassume al nucleo famigliare. Un isolamento che diventa quasi patologico.

MediatoreInterculturale.it: Cosa può fare la società per rompere questo isolamento?

Ainom Maricos: Ecco. E’ qui che interviene fortemente il ruolo della Mediazione Interculturale. In modo particolare, le donne mediatrici, che hanno vissuto situazioni simili, che ne conoscono i riferimenti culturali…. Queste mediatrici possono aiutare queste donne a capire che ci sono vie per uscire da queste prigioni. Queste mediatrici possono avvicinare e spiegare in modo molto delicato che ci sono strutture di accoglienza, che ci può essere sostegno legale, materiale, psicologico… Per proteggere la donna. In questo ambito la mediazione è fondamentale. E’ l’unico strumento per agganciare le persone e far capire a loro che è possibile fare diversamente. Ma va fatto con persone veramente formate. Bisogna avvicinarsi, guadagnare la fiducia, senza creare il sospetto della famiglia e del “maschio” dominante. Poi cominciare a lavorare sulla voglia di cambiamento e sulla tutela dei figli. In modo che almeno le nuove generazioni non subiscano quello che la madre ha spesso dovuto subire: sottomissione, violenza domestica, matrimoni forzati, segregazione…

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