La figura del mediatore interculturale: verso una definizione?

Facebooktwittergoogle_pluspinterestmailby feather

Sono passati tre decenni dalle prime ondate d’immigrazione in Italia e ancora l’attività di mediazione interculturale, ormai entrata nel sistema socio-formativo italiano, non gode di uno statuto giuridico, nonostante in alcune regioni esistessero degli elenchi professionali.

Allo stesso tempo, in questi anni i mediatori interculturali che operano in diversi settori come l’educazione, la sanità, la giustizia o  l’amministrazione si sono confrontanti con tanta diffidenza  che continua ancora a confermare che  la professione rimane  precaria, a carattere di volontariato o a chiamata in caso di emergenza.

L’interesse scientifico e operativo per la figura del mediatore interculturale nel sistema socio-educativo è stato determinato dall’aumento delle popolazioni di origine straniera. L’affronto delle questioni legate alle dinamiche del tessuto sociale, che è diventato multiculturale e plurilingue, si inserisce in una prospettiva emergenziale. Il mediatore interculturale necessita ancora di un inquadramento giuridico e di un codice deontologico comune e condiviso in tutta l’Italia.

Se invece  la figura del mediatore tarda ancora ad essere riconosciuta a tutti gli effetti, è dovuto  probabilmente anche al modo diverso in cui è percepita la professione.

La figura del mediatore viene spesso scambiata o associata alle figure dell’interprete e del traduttore.
Da definizione, il mediatore interculturale è colui che facilita la comunicazione, la comprensione e l’interazione tra individui o gruppi che si differenziano per linguaggio e soprattutto per cultura.
La mediazione interculturale merita di essere valorizzata nella società italiana tanto per la dignità dei suoi attori, quanto per la complessità e la professionalità di tale attività.

David Mark Katan, vicepresidente del Corso di Laurea in Scienze e Tecnica della Mediazione Linguistica di Salerno, ricorda che “il mediatore non solo deve possedere due capacità in un cervello, ma deve essere pronto anche a variare il proprio orientamento culturale”. (D. Katan. L’importanza della cultura nella traduzione. Utet, Milano, 1997)

Numero di visite per questo post: 432

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Facebook