Logopedia e mediazione:una collaborazione sempre più necessaria

L’Italia, ormai da diversi anni, rappresenta la destinazione di molti flussi migratori e questo dato innegabile ha fatto sì che la si possa pensare come uno stato multietnico e multiculturale. In questo contesto hanno giocato un ruolo per nulla marginale i mediatori interculturali che, con il loro lavoro hanno contributo all’integrazione dei molti migranti.

Oggi, dopo lunghe battaglie per il riconoscimento della loro professione, non è strano incontrare dei mediatori all’interno di scuole, consultori, ospedali, carceri; ma la mediazione interculturale sembra anelare a orizzonti più lontani.

Che la figura del mediatore sia di particolare importanza all’interno dell’intervento logopedico è proprio una logopedista a dirlo. Carla Cigognini, laureata al Corso di Laurea Triennale in Logopedia all’Università degli Studi di Milano, ha deciso di scrivere la propria tesi di laurea sul legame, necessario ma purtroppo spesso trascurato, tra logopedia e mediazione.

Alla domanda sul perché abbia deciso di trattare di questo argomento ha risposto così: “Ho un’esperienza diretta del bilinguismo e del multiculturalismo, mia madre è francese e ho svolto il mio percorso scolastico alla Scuola Europea di Varese, quindi cerco di sfruttare questa risorsa e di orientare il mio percorso lavorativo verso il trattamento dei disturbi della comunicazione di persone multilingue e multiculturali. Ho scelto come tema della tesi la collaborazione con un mediatore linguistico e culturale proprio perché la ritengo un risvolto pratico fondamentale, nonché un denominatore comune alla presa in carico di tutti i pazienti bi- o multilingue, a prescindere dalla loro età e dalla loro provenienza”.

Analizzando l’attuale situazione italiana circa le richieste di aiuto logopedico provenienti dall’utenza straniera e sottolineando la responsabilità dei logopedisti nei confronti di tali utenti, la Cigognini ha sostenuto fortemente la necessità e per il logopedista e per l’utente di comunicare e di capirsi non solo linguisticamente ma anche culturalmente, al fine di evitare fraintendimenti e “bias culturali”.
“L’intervento della mediazione in logopedia in Italia è già presente, ma rimane ancora uno strumento di difficile accesso. L’attuazione di una collaborazione tra mediatore linguistico e culturale e logopedista richiede infatti importanti risorse in termini di formazione dei professionisti, di tempi e di costi. Mancano però studi a supporto che sottolineino l’utilità di questa collaborazione, per sensibilizzare i professionisti e i dirigenti sanitari a implementarla. Attualmente, capita ancora spesso che al posto di un mediatore venga chiamato un conoscente o un membro della famiglia del paziente, per fare da ponte tra paziente/care giver del paziente e il logopedista. Questa opzione è sconsigliata perché questa persona non è quasi mai né preparata, né neutrale. Capita anche, nel caso in cui il paziente sia un bambino, che sia lui a dover fare da interprete tra il logopedista e i suoi genitori: si tratta di una situazione da evitare accuratamente perché provoca uno sbilanciamento dei ruoli difficile da gestire soprattutto per il bambino. Succede anche che non venga chiamato nessuno: il logopedista limita allora le sue osservazioni e il suo intervento alla produzione in lingua italiana, senza prendere adeguatamente in considerazione l’impatto della variabile multilingue o multiculturale dell’utente.  Tuttavia ho riscontrato con il questionario un certo interesse e un atteggiamento positivo da parte dei logopedisti verso una collaborazione. Credo che sia un buon punto di partenza”.

A tal proposito la Cigognini scrive sulla decisiva importanza della figura del mediatore che “alcuni studi hanno dimostrato che queste figure (mediatori interculturali), in ambito genericamente sanitario, sono preferite dai pazienti per motivi di accuratezza della prestazione e il maggior distacco affettivo, e che il loro utilizzo può elevare la qualità del servizio sanitario fino ad avvicinarsi o a raggiungere il livello di qualità del servizio ai clienti senza barriere linguistiche”.

A questo punto della trattazione però la domanda da porsi è: il logopedista ha avuto modo di acquisire le competenze necessarie per gestire una figura che faccia da ponte tra lui e l’utente? “Il logopedista che svolge la sua pratica in Italia non riceve indicazioni dal suo Codice Deontologico riguardo alle misure da adottare quando si trova in condizioni di necessitare di una mediazione linguistica o culturale” anche se è implicita la necessità di aggiornamento professionale quando le circostanze lo richiedono.

Alla luce di quanto detto finora si potrebbe pensare a un percorso di crescita congiunto tra queste due professioni; il mondo multiculturale pone sempre nuove sfide e nuovi traguardi che possono essere raggiunti in un clima di condivisione e collaborazione anche tra rami del sapere apparentemente distanti.

Conclude Cigognini: “Bisognerebbe organizzare una rete di professionisti per un servizio logopedico adeguato per gli utenti multilingui e/o multiculturali con l’ausilio del mediatore linguistico e culturale è una sfida importante, complessa e impegnativa. Al momento, penso che la sfida sia stata raccolta. Per poterla perseguire, non devono venire meno né la motivazione, né i fondi, quindi il futuro della collaborazione dipenderà dall’andamento dei flussi migratori, dall’interesse e dalle iniziative dei professionisti e dei dirigenti sanitari.  A mio parere sarebbe importante che le associazioni di categoria prendessero le redini e collaborassero per organizzare la sensibilizzazione, la formazione e l’incontro di entrambe le professioni, nonché per costruire una rete professionale che faciliti al massimo l’aspetto gestionale.”

 

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